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Mani pulite: mi ricordo. Sì, io mi ricordo.

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Ai tempi di "Mani Pulite", immagine di repertorio. Al centro, da sinistra: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Francesco Saverio Borrelli.
Ai tempi di "Mani Pulite", immagine di repertorio. Al centro, da sinistra: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Francesco Saverio Borrelli.

Fenegrò, sabato 19 febbraio 2022.

Trent’anni fa.

L’inchiesta di Mani Pulite, che poi si allargò e divenne Tangentopoli, prese il via lunedì 17 febbraio 1992, quando il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese e ottenne dal GIP (Giudice per le indagini preliminari) Italo Ghitti un ordine di cattura per l’ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio (altrimenti conosciuto come “Baggina”) e membro di primo piano del PSI milanese. Chiesa era stato colto in flagranza di reato mentre intascava una tangente dall’imprenditore monzese Luca Magni che, stanco di pagare, lo aveva denunciato all’Arma dei Carabinieri. Magni, d’accordo coi carabinieri e con Di Pietro, fece ingresso alle 17:30 nell’ufficio di Mario Chiesa, portando con sé 7 milioni di lire, corrispondenti alla metà di una tangente richiesta a lui da quest’ultimo; l’appalto ottenuto dall’azienda di Magni era infatti di 140 milioni e Chiesa aveva preteso per sé il 10%, quindi una tangente da 14 milioni. Magni aveva un microfono e una telecamera nascosti e, appena Chiesa ripose i soldi in un cassetto della scrivania, dicendosi disponibile a rateizzare la transazione, nella stanza irruppero i militari, che notificarono l’arresto.

Trent’anni fa avevo ventidue anni, ero studente universitario. Già molto appassionato di politica. Ricordo bene molte cose.

In questi giorni sto leggendo alcuni tra i tanti articoli che vengono dedicati al trentennale dell’inizio dell’indagine, che poi ebbe effetti talmente ampi da portare alla fine di quella che ora viene chiamata la Prima Repubblica. I più importanti partiti in parlamento erano la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano, il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, il Partito Repubblicano Italiano, il Partito Liberale Italiano e infine il Partito Socialista Democratico Italiano. C’erano altri piccolissimi partiti, ma con l’elenco mi fermerei qui. Nessuno di questi partiti esiste più.

Quasi tutti, per non dire proprio tutti, gli articoli che girano in questi giorni, hanno lo stesso filo conduttore.

Per esempio, Mattia Feltri, giornalista, figlio di Vittorio Feltri, giornalista, direttore di HuffPost Italia, scriveva ieri (o l’altro ieri?), sul quotidiano La Stampa, «da molti anni ritengo Mani pulite un grande abbaglio».

La penso diversamente.

Io mi ricordo che avevamo un sistema politico in putrefazione. La corruzione, a tutti i livelli, era non solo diffusa, ma addirittura ritenuta una cosa normale. I capi dei partiti godevano di un potere enorme. Anche un semplice studente, quale ero io, poteva toccare con mano la merda nella quale vivevamo. I politici erano intoccabili. La moglie del segretario di un certo partito (capirete, non posso fare il nome) andava in fiera campionaria, si serviva di merce negli stand degli espositori, si faceva scattare dal fotografo personale un’istantanea in posa insieme al venditore presente; richiesta di pagare la merce prelevata, rispondeva: «le farò avere una copia della foto». I venditori abbozzavano. La paura di ritorsioni era palpabile.

Il debito pubblico aumenta drammaticamente in quegli anni. Il grafico, riprodotto qui sotto, mostra l’accelerazione impetuosa che si è verificata tra il 1980 e l’inizio di Mani Pulite. Il fatto che la nostra nazione abbia un debito pubblico così elevato comporta una notevole spesa per pagare gli interessi sul debito stesso. Di conseguenza, una parte rilevante delle tasse, che paghiamo (chi le paga) non va in servizi, quali la scuola, la sanità, la giustizia, le strade, ma va a pagare gli interessi. Ci stiamo portando dietro ancora questo debito a distanza di trent’anni. Questo debito sono le opere pubbliche, fatte in quegli anni, a prezzi moltiplicati sul costo. Ci hanno guadagnato i politici, che prendevano la percentuale; i funzionari, che prendevano la percentuale; e gli imprenditori, che vincevano gli appalti con preventivi esagerati. Non faccio il nome, non ha importanza, uno di questi imprenditori l’ho conosciuto. Aveva una villa enorme in una zona di pregio, un ampio parco, una piscina, un cinema (un cinema!), l’eliporto, l’hangar e l’elicottero. Aveva una villa ai Caraibi e un panfilo.

Il debito pubblico italiano, espresso in percentuale sul Prodotto Interno Lordo (PIL), 1940-2020.
Il debito pubblico italiano, espresso in percentuale sul Prodotto Interno Lordo (PIL), 1940-2020.

Non c’era alcuna possibilità di ricambio del personale politico. Il sistema era completamente bloccato.

Chi c’era si ricorda del sistema delle raccomandazioni. E’ un sistema che è sempre esistito, non possiamo scandalizzarci. Ma in epoca precedente non tutti i politici si prestavano al gioco e chi lo praticava faceva un po’ di attenzione alla qualità delle persone. Negli anni intorno al 1980 salta tutto. I partiti si spartiscono tutto quanto. Credo che non ci sia un dipendente pubblico di quell’epoca, di livello superiore, che possa dire di essere stato assunto per merito o per capacità. La qualità dei servizi pubblici era scarsa. Vi faccio un esempio. Le Poste Italiane erano interamente in mano pubblica e non avevano concorrenti. Una lettera poteva impiegare settimane per arrivare a destinazione. I pacchi, anche. Qualcuno ricorderà la Postalmarket, un’azienda che vendeva i prodotti tramite catalogo (Internet sarebbe arrivata parecchio tempo dopo). Ebbene, a causa dei continui ritardi nelle consegne, dei furti dei pacchi che venivano fatti sparire da parte dei postini, degli invii che si perdevano, questa azienda fu costretta a chiudere. Non si poteva licenziare nessuno, che fosse ladro o lavativo, perché erano tutti protetti dai sindacati e dai partiti.

Ripeto, la corruzione era totale. Un caso tra i tanti, che mi è rimasto in mente in tutti questi anni: il capo cronista di un quotidiano milanese viveva in un ampio appartamento in centro a Milano, di proprietà del Comune; venne fuori il suo nome durante le indagini, si scoprì che pagava un affitto simbolico. In altre parole, la persona che per mestiere dovrebbe dare le notizie, in cambio di un affitto irrisorio per un grande appartamento in centro città, si guarda bene dal pubblicare notizie che potrebbero dispiacere al sindaco che gli ha dato l’abitazione. In tutto questo giro, chi perdeva erano i contribuenti milanesi. Non per niente Luca Barbarossa nella canzone Yuppies cantava: «se cerchi casa non c’è problema, basta conoscere un socialista.»

Era un sistema completamente marcio, non se ne poteva più. Tuttavia la pulizia fu incompleta. Furono in pochi a pagare il conto. Alcuni si suicidarono; troppa precipitazione: sarebbe stato sufficiente attendere qualche anno, per avere una riabilitazione completa. La Procura di Milano ha aggiornato le statistiche dei processi di Mani Pulite per dieci anni, fino al 15 gennaio 2002, perché poi è caduto tutto in prescrizione. Il bilancio finale è di 1.233 condanne per corruzione, concussione, finanziamento illecito dei partiti e relativi falsi in bilancio aziendali. Al conto vanno aggiunte altre 448 sentenze di “estinzione del reato”, che non sono condanne ma nemmeno assoluzioni: i giudici spiegano che l’imputato è colpevole, ma non può essere punito per amnistia, morte dell’accusato e soprattutto per prescrizione (ben 423 casi), cioè per scadenza dei termini massimi di punibilità, che in Italia sono straordinariamente brevi.

Trovate qui un buon riassunto:

Un po’ di numeri
I numeri imponenti di Tangentopoli hanno generato negli anni un po’ di confusione. Secondo il pool, soltanto a Milano, per l’inchiesta Mani Pulite, ci furono 620 patteggiamenti davanti al giudice per le indagini preliminari mentre 635 persone vennero prosciolte. Tra i rinviati a giudizio ci furono 661 condanne e 476 assoluzioni. Ci furono diversi suicidi, ma non è noto con esattezza quanti: alcune fonti parlano di 31 persone, altre ancora di 41, ma si tratta di una stima evidentemente difficile e controversa.

L’unica stima dei costi di Tangentopoli che si conosca è quella, molto citata, di Mario Deaglio: 10mila miliardi di lire annui per la cittadinanza; tra i 150mila e i 250mila miliardi di lire per il debito pubblico; tra i 15mila e i 25mila miliardi di lire per gli interessi annui sul debito. Le opere pubbliche arrivarono a costare fino a quattro volte di più rispetto agli altri paesi europei.

Ma quanti inquisiti arrivarono poi alla condanna definitiva? In Italia i gradi del processo sono tre, e si resta innocenti fino alla sentenza del terzo. Quanti dei condannati definitivi hanno scontato la pena? Credo ben pochi.

Inoltre, la pulizia fu incompleta perché il Partito Comunista Italiano, che faceva parte integrante del sistema di corruzione, fu in qualche modo risparmiato dalle indagini.

Tangentopoli fu una rottura così evidente, un momento da “prima e dopo”, che fu interpretato come un passaggio tra due Repubbliche, nonostante non ci sia mai stata nessuna riforma dell’assetto istituzionale come invece avvenne in Francia (dove di Repubbliche ce ne sono state cinque, ogni volta con cambiamenti del sistema). La Repubblica in Italia è rimasta invece sempre la stessa, eppure dopo il 1992 la politica cambiò in modo così radicale, dalla classe dirigente ai partiti stessi, che sembrò un’altra.

E sì, mi ricordo Mani Pulite e Tangentopoli, gli arresti, il clima da fine di un’epoca, mi ricordo la sensazione di liberazione da una dittatura (il dominio di una casta di intoccabili è una dittatura), l’uscita di scena di protagonisti (purtroppo non definitiva, purtroppo non di tutti) mi ricordo l’uscita dalla situazione di merda in cui eravamo, l’euforia, la speranza di un domani migliore.

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