Fenegrò, martedì 20 ottobre 2020.
Conosco la famiglia Landoni fin da piccolo, il signor Enrico e la moglie, i due figli, Roberto e suo fratello. Il motivo è che io e Roberto Landoni siamo coscritti, abbiamo frequentato insieme le scuole elementari a Fenegrò, sebbene in due sezioni diverse, lui nella “A”, io nella “B”.
Invece quella con Giovanni Landoni, fratello maggiore di Enrico, zio di Roberto, fu una conoscenza più recente. Non dubito che lui sapesse molto di me, specialmente in quanto maggiore di una generazione e mezza. Dall’alto si vede meglio, per così dire.
La scusa, chiamiamola così, per allacciare un rapporto, furono le elezioni del 1999, in cui mi presentai candidato sindaco (si presentarono tre candidati, non fui io a vincere).
Qualche mese dopo le elezioni, infatti, si palesò e mi chiese se potevamo parlare. Fu una chiacchierata spensierata e ad ampio raggio. Con mia notevole sorpresa di scusò; mi disse di essersi pentito di aver appoggiato un’altra lista, già dopo pochi mesi era rimasto molto deluso. Mi spiegò di godere della fiducia di molte persone, che si rivolgevano a lui per confrontarsi sulla politica locale, sulle idee, sulle persone, e di aver indirizzato i voti su uno dei miei due concorrenti. I nostri rapporti iniziarono così.
In seguito continuammo a vederci, a scadenze più o meno regolari. Aveva sempre un sacco di ricordi da raccontare. Credo che sia stato una delle memorie storiche più importanti di Fenegrò, forse addirittura la principale. Non c’è studioso di storie fenegrolesi, estensore di libri votati alla contemporaneità di Fenegrò e al suo passato recente, a partire dall’epoca fascista – quando Giovanni Landoni era un bambino – che non abbia intervistato Giovanni Landoni. Non si poteva prescindere da lui.
Mi raccontò di quello che per decenni fu l’unico omicidio consumato sul territorio di Fenegrò, una giovane donna ammazzata a colpi di pietra in testa, ritrovata nei campi. Era l’epoca di Mussolini, non esistevano reati senza colpevole. Giovanni Landoni mi raccontò la vicenda direttamente dalla memoria, stavamo passeggiando per strada, non ebbe necessità di consultare appunti o documenti. Mi raccontò dell’interrogatorio del sospettato, delle percosse, dell’olio di ricino fatto bere a quell’uomo poi condannato, secondo lui ingiustamente. Mi rivelò il nome di colui che egli, Giovanni Landoni, riteneva essere il vero omicida. Nome che non posso fare, non essendoci una condanna passata in giudicato a indicarlo.
Un giorno d’estate lo incontrai in piazza, lui proveniente dalla chiesa parrocchiale, io diretto verso la Margherita. «Dottore buongiorno. Stavo facendo quattro passi spensieratamente», mi disse, «mi è venuta voglia di entrare in chiesa a recitare una preghiera», continuò. Era vestito con una camicia color giallo chiaro a mezze maniche e pantaloni lunghi estivi, color tabacco. «Ma mi sono accorto di essere senza la giacca», aggiunse con fare sorpreso «Non ce l’ho fatta a entrare in chiesa: a entrare senza la giacca mi sembra di mancare di rispetto». Questo era Giovanni Landoni.
In ogni incontro mi regalava un ricordo, un aneddoto, anche più di uno per la verità. Credo che per lui tale condivisione fosse contemporaneamente un’affettuosità verso di me, un donare i suoi ricordi, tramandare la memoria di che cos’è Fenegrò, infine ripassare la materia, un’occasione anche per sé stesso, perché si accorgeva degli anni che passavano. Credo che la sua memoria storica fosse solo orale, dubito che abbia lasciato qualche cosa di scritto. Se così fosse, andrebbe certamente pubblicato.
L’ultimo incontro fu in farmacia, mi cercò, si disse preoccupato per la salute. Gli esami clinici non evidenziavano patologie, risultava essere sano come un pesce, tuttavia non si sentiva tranquillo. Mi raccontò di essere caduto dal letto durante il sonno, era turbato. Sono passati diversi anni. Fu l’ultima volta che ci parlammo. Ma non l’ultima che lo vidi.
L’ultima volta che lo vidi fu un paio di anni fa, credo, attraversai la sua via di residenza con l’automobile, stavo andando al lavoro, lo vidi passeggiare lentamente sul passo carraio di casa sua. Come spesso fanno le persone introspettive, non voleva disturbare gli altri con le proprie condizioni. Si era ritirato, in attesa del congedo definitivo.
Riposi in pace, caro signor Giovanni.













