
Fenegrò, sabato 27 marzo 2021.
Come ormai sapete, domenica scorsa si è svolta l’iniziativa “Torniamo a scuola”, a cura della Rete Nazionale “Scuola in presenza”.
A testimonianza della manifestazione, pubblico una foto che documenta un momento della giornata e il testo di due interventi, quello introduttivo e quello di mamma Veronica.
L’introduzione:
Buon pomeriggio e Grazie per la vostra partecipazione. Questa manifestazione ha origine da un gruppo genitori di bambini che frequentano l’Istituto Comprensivo di Fenegrò, un gruppo formatosi spontaneamente, “a distanza”, in seguito alla chiusura delle scuole nella provincia di Como. Il disagio vissuto dai nostri figli ci ha spinti a voler manifestare in favore della riapertura delle scuole. Era un progetto per noi del tutto inedito, ma non riuscivamo a stare senza far nulla. Mentre lo sviluppavamo, siamo entrati in contatto con la rete nazionale scuola in presenza e ne abbiamo condiviso gli intenti. Ed ora siamo qui. Oggi vi abbiamo chiesto di portare un disegno o un pensiero dei vostri bambini, le loro scarpine, i loro zaini. Un disegno o un pensiero per dare loro la voce pubblica che non possono avere altrimenti; zaini vuoti e scarpine per simboleggiare che, come una mamma del gruppo in una riunione ha detto, ‘senza scuola non si va da nessuna parte’ .
Quest’oggi i bambini non ci sono: abbiamo preferito così per questioni di sicurezza legate alle disposizioni anti Covid , ma questi simboli li rappresentano.
Vogliamo condividere con voi la lettera che abbiamo scritto ai nostri sindaci e dirigenti scolastici non solo dell’Istituto Comprensivo di Fenegrò ma anche delle scuole dell’infanzia. Vogliamo inoltre condividere alcuni pensieri che riguardano questo periodo storico, espressi da genitori, insegnanti e bambini. (La lettera è stata pubblicata qui, ndr.).
La testimonianza di mamma Veronica:
Mi chiamo Veronica, lavoro come operatrice sociale e sono mamma di due bambini che frequentano la scuola dell’infanzia e la scuola primaria.
Nel mio lavoro incontro tutti i giorni famiglie e nuclei monoparentali che vivono situazioni di precarietà e di difficoltà sociale ed economica. Nello scorso lockdown e anche adesso, una parte del mio lavoro è aiutare queste famiglie a districarsi tra circolari inviate dalla scuola, messaggi delle chat di classe, collegamenti, connessioni che saltano, tablet e cellulari che non funzionano sempre al meglio, case troppo piccole per diventare aule scolastiche e permettere ai bambini di concentrarsi.
Quando vedo i miei bambini che sono stanchi di stare in casa, che si arrabbiano perché non possono incontrare gli amici, che diventano irrequieti e nervosi nonostante i giochi, i lavoretti e gli stimoli che gli proponiamo, penso che ci sono bambini per i quali l’esperienza della scuola è spesso l’unica via per la loro crescita culturale, ma anche e soprattutto umana, sociale, relazionale.
Nel mio lavoro mi è spesso capitato di parlare per chi si trova in condizioni di fragilità o per chi non sa esprimersi bene in italiano. Oggi io sono qui per i miei bambini, ma anche per i bambini che vivono quotidianamente queste situazioni di difficoltà e per le famiglie che si trovano ad affrontare questi mesi di scuola a distanza senza supporti… perché purtroppo, non è vero che questo virus ci rende tutti uguali.












