Home Notizie Fenegrò Mario “Francese”, una vita avventurosa.

Mario “Francese”, una vita avventurosa.

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Mario Uboldi, "il Francese" (1939-2024).
Mario Uboldi, "il Francese" (1939-2024).

Fenegrò, venerdì 24 maggio 2024.

Mario Uboldi ci ha lasciati ormai circa due settimane fa. Sabato 11 maggio 2024, ora di sera il passaparola ha raggiunto tutta la comunità fenegrolese «E’ morto Mario Francese». Per poter pubblicare una notizia del genere, mi mancava la conferma. Non pubblico nulla, e faccio bene. Vengo a sapere che la voce si sparge perché qualcuno ha notato un’ambulanza fuori dalla casa di Mario. Mario era da giorni ricoverato in ospedale. Aveva espresso alla moglie il desiderio di morire a casa. La moglie Monica è riuscita a esaudire l’ultimo desiderio di Mario, portato nella propria abitazione in via Trento proprio da quell’ambulanza che qualcuno ha notato e la cui presenza è stata equivocata.

Tuttavia, ormai è questione di ore. Lunedì 13 maggio alle 5.25, sono le prime ore del mattino, il Mario, serenamente, nel proprio letto di casa, ci lascia per sempre. Pochi sanno che Mario Uboldi era devoto della Madonna di Fatima, Mario ci andò in pellegrinaggio nel 2018. Combinazione vuole che il 13 maggio è il giorno in cui si venera la Madonna di Fatima. Coincidenza? Destino? Mano divina?

Mario, classe 1939, aveva il ricordo dei tempi di guerra (1940-1945), quando suonava la sirena d’allarme dei bombardamenti aerei, si ricordava di sua mamma che lo prendeva in braccio e lo portava nel rifugio antiaereo di Fenegrò.

La mamma del Mario faceva i mestieri in casa del Ferrario, che ricoprì la carica di Sindaco di Fenegrò, papà dei nostri compaesani Massimo Eugenio, Michele e Rosanna. Mario la accompagnava, perché in famiglia non c’era chi potesse tenerlo in casa ad accudirlo. Il signor Ferrario diede al giovane Mario la possibilità di accedere alla soffitta, nella quale era conservata la collezione del “Corriere dei Piccoli”, che Mario leggeva avidamente. Queste letture gli servirono, tanto che a scuola in Italiano era il primo della classe: i suoi temi venivano esposti perché tutti potessero leggerli.

Mario era un uomo di cultura oltre che di sport. Memore dell’origine della sua fortuna, ha sempre incoraggiato i giovani a leggere e studiare.

Mario inizia a lavorare nella ditta Lagomarsino di Milano, azienda che poi confluì in quella che oggi si chiama Buffetti. Compie 20 anni, è in gamba, l’azienda gli chiede di occuparsi degli affari francesi. Mario accetta, si trasferisce a Parigi. Là, trovò fortuna lavorativa e amore. All’epoca, un ruolo come il suo, in Italia guadagnava 60.000 lire al mese. In Francia, Mario guadagnava dieci volte tanto: 600.000 lire al mese. Con questi stipendi, in poco tempo riesce a comprare la casa a Fenegrò. Trova l’amore, una donna di Parigi, ma ne parlo qualche paragrafo più in giù, nella parte dedicata alle peripezie sentimentali.

Mario era molto legato alla famiglia, per cui il venerdì sera prendeva l’aereo per tornare a Fenegrò, e la domenica sera lo riprendeva per tornare a Parigi.

Da questa esperienza, ecco il soprannome: “il Francese”. Che poi, per brevità, l’articolo cade e il soprannome diventa un cognome: Mario Francese. Era lui e solo lui.

Come penso saprete, l’azienda gli offre il trasferimento a Los Angeles, negli Stati Uniti, per aprire il mercato americano. Lui rifiuta, ha nostalgia di casa, torna a Fenegrò a vivere e a Tradate a lavorare.

Torna e viene chiamato a svolgere il servizio militare (leva obbligatoria), momentaneamente rimandato per via del lavoro all’estero. A beneficio di chi non ha vissuto quest’esperienza, brevemente descrivo che all’epoca era obbligatorio trascorrere un anno e mezzo (18 mesi) nell’esercito. Si andava a 18 anni compiuti, e si poteva rimandare la chiamata per motivi di studio o di lavoro, ma non la si poteva evitare. Quindi torna in Italia e viene chiamato alle armi. L’addestramento è al CAR (che sta per Centro Addestramento Reclute) di Palermo, il servizio militare è a Milano. Con l’assenso di un superiore, in segreto, la sera tardi lascia la caserma di Milano e va a Tradate, dove nella sede la ditta gli consegna le macchine da ufficio da riparare. Prima dell’alba, torna a Milano e si fa trovare in caserma per la sveglia.

Non starò qui a raccontare nei dettagli le vicende sentimentali del Mario, sono curiosità che possiamo rimandare, che poi ci vorrebbe un libro per raccontare le sue gesta, le sue peripezie, anche la sfortuna di rimanere vedovo (non della parigina però, bensì della seconda moglie, di tre in totale) mentre era ancora un uomo giovane e con un figlio piccolo, ma credo che questo libro resterà nel cassetto.

Ve la racconto volutamente in modo riassuntivo, solo le vicende fondamentali: si sposa con la parigina, hanno il figlio Riccardo. Divorzia dalla parigina, la signora nel frattempo si è ambientata e resta in Italia, il piccolo Riccardo viene affidato al papà, col quale cresce, i due saranno sempre profondamente legati. Poi Mario trova un’altra donna, la signora Bianca Grecchi (1951-1982), la sposa, la coppia è felice ma la signora presto si ammala di un tumore alle ossa. Mario gira tutti i luminari, in cerca di una cura per salvarla, non bada a spese. La porta fino a Stoccolma, all’ospedale Karolinska, in quello che all’epoca veniva descritto come un centro all’avanguardia nella cura di questa neoplasia. Le cure sono vane, la Bianca muore nel 1982. Mi raccontano che era una donna molto benvoluta, capace di emanare un fascino particolare. I funerali sono qualcosa di grandioso, chiesa stracolma, gente fuori in attesa, qualcuno sul sagrato suona la chitarra, altri cantano in memoria di questa donna così straordinaria.

Il 1982 è anche l’anno in cui Mario Uboldi conosce l’Africa. Una ditta, da lui rappresentata, offre un viaggio premio in Kenya ai venditori migliori, lui era uno di questi. Si innamora di Malindi e compra una villa, “Simba House”.

Nel 1987, durante la Festa Campestre di Fenegrò, Mario chiede a Monica Clerici un ballo. Qualcuno intuisce subito… I piccioncini ufficializzano il fidanzamento un anno dopo. Si sposeranno a Tradate il 15 settembre del 2001.

Mario Uboldi era un uomo molto pratico, con un acuto senso degli affari, buon giudice delle persone: sapeva riconoscere gli imbecilli a dieci metri di distanza almeno. Ed era affettuoso e simpatico, dotato di charme – d’altronde ogni buon venditore deve prima di tutto corteggiare e sedurre il proprio cliente – aveva il sorriso birichino di quelli che appartengono a chi la sa lunga, a chi ha già visto tutto, a chi ha già capito tutto.

Ricordo distintamente il nostro primo incontro. Si svolse nel salotto di casa mia. All’epoca la mia famiglia viveva dove ora c’è il Municipio di Fenegrò. Il salotto era dove ora c’è la sede provvisoria della Protezione Civile di Fenegrò. Ero un preadolescente, insomma un ragazzino di circa dodici anni se devo andare a memoria e dopo tanto tempo non ricordo bene. Avevo espresso a mio padre Eugenio il desiderio di ricevere, quale regalo di compleanno, un computer Commodore 64. Chi c’era sa di che cosa sto parlando. Vorrei che chi ha vissuto quegli anni facesse mente locale. Siamo nella Fenegrò dei primi anni Ottanta. Non c’era Internet, non c’era Amazon, non c’erano supermercati o centri commerciali… in tante aie e cortili, oggi asfaltati o lastricati, c’era la ghiaia… erano quei tempi lì. Papà non sapeva come procurarselo, questo Commodore 64, e io nemmeno! Gli venne in mente Mario Francese, si conoscevano da tempo, si stimavano, quindi dopo una telefonata di papà ecco Mario materializzarsi nel nostro salotto, con la sua pettinatura con i capelli rivolti indietro di qua, non l’ha mai più cambiata, con il computer, il registratore a cassette, e il conto: 620.000 lire. Prezzo di listino, prezzo pieno.

Poi con Mario ho perso i contatti. Gli anni passano, so che egli acquista la villa a Malindi, di cui ho scritto prima, dove poi amerà andare tre volte l’anno, una d’inverno per ritemprarsi e stare un po’ al caldo mentre qui da noi il freddo ci fa ammalare. So che nella sua villa di Malindi ogni anno ospita alcuni selezionati amici, suoi coetanei s’intende (il sottoscritto ha trent’anni esatti meno, siamo certamente diventati amici, ma all’epoca anche volendo non avevo l’età). Ebbene va detto che questi amici li conosco anch’io, ci conosciamo, al funerale del Mario ci siamo salutati con affetto, questi suoi amici li ho visti tutti al funerale del Mario. C’erano tutti a salutare il Mario per l’ultima volta.

Poi incontro nuovamente Mario e la sorte vuole che iniziamo l’amicizia adulta da avversari. Forse ricorderete, ci fu un’elezione amministrativa comunale di Fenegrò in cui le liste e i candidati sindaci erano tre. Di questi, uno ero io e uno era Mario. Vinse il terzo contendente, e io e Mario ci ritrovammo all’opposizione. Ci si vedeva regolarmente, per confrontare gli appunti, diciamo così. Io gli raccontavo che cosa stavo scoprendo, lui faceva lo stesso con me. Nel frattempo Mario diventa presidente della Polisportiva di Fenegrò. Così come Mario “il Francese” per fare più in fretta è diventato Mario Francese tout court, la Polisportiva lui la chiamava sempre “la Sportiva”, ve lo ricordate?

Mario decide di coinvolgermi nella “Sportiva”, come la chiamava lui. Ben volentieri, risposi. Mi chiese di aiutarlo a scrivere un libro sulla società, gli sarebbe piaciuto pubblicarlo e regalarlo ai tifosi e ai compaesani in occasione del Natale di quell’anno. Ogni settimana (perdonatemi non ricordo il giorno: era di lunedì? di martedì? un altro giorno? Non ricordo più) ci vedevamo nella sede della Sportiva, al bar del centro sportivo comunale, ricordo Emilio Guffanti, Cherubino Pessina, Orazio Randazzo erano presenze fisse, più altre persone passavano in sede a rotazione, io arrivavo con il mio computer portatile, aprivo il programma di scrittura e lui iniziava a dettare. Ogni tanto lo interrompevo con qualche domanda, desideravo scrivere un testo che fosse chiaro e comprensibile a tutti, in particolar modo a chi la Sportiva non la viveva e certi sottintesi, senza spiegazioni, non li avrebbe capiti (Miett, Cotechino… e altre cose così). Questa cosa dell’appuntamento settimanale va avanti per due o tre mesi, poi si interrompe.

Mario, negli anni della sua presidenza della Polisportiva di Fenegrò, si impegna con tutto sé stesso e coinvolge amici, conoscenti, fornitori. Ci mette tantissimo denaro suo e ne fa mettere da altri, che lo aiutano un po’ per ammirazione nei confronti del personaggio e del progetto, e un po’ certamente (è più che comprensibile) per ricevere un domani altri lavori, stavolta pagati, in cambio del favore gratuito. Questo impegno porta a nuove strutture edili, regalate al Comune di Fenegrò, e la nuova tribuna, che non oso pensare quanto potrebbe costare se a costruirla fosse il Comune. Mario Uboldi ce l’ha regalata.

Dicevo dell’appuntamento settimanale, che di colpo si interrompe. Che cosa stava succedendo? Come può accadere nelle vicende umane, il successo, anche quello generoso e condiviso, porta gelosie e le gelosie portano bastoni tra le ruote. Un solo esempio (me ne ha raccontati tanti!), sul quale, capirete, ho l’obbligo di restare sul vago. Mario, lo incontro un giorno, si sfoga con me, era furioso ancora a distanza di una settimana, mi mise a parte di un fatto, mi disse di aver capito che il proprio allenatore aveva venduto agli avversari una certa partita della prima squadra. Capite che Mario Uboldi era un uomo deciso, minga paja: mi rivelò in seguito che a distanza di anni fu in grado di indurre il presidente della squadra in questione a confessargli che sì, in quell’occasione egli diede una mancia all’allenatore del Mario perché schierasse tanti panchinari e perdesse la partita. Gli era rimasta qui e non si diede pace finché non ebbe certezza che la sua intuizione era stata vera. Certezza avuta dal diretto interessato! Un uomo con le palle, altro che storie.

Quindi gelosie e bastoni tra le ruote. Glie l’avevano detto in tanti, al momento del massimo sforzo economico, organizzativo e legislativo (perché la nuova struttura, ancorché regalata, doveva essere a norma) di quando stava realizzando la tribuna: uno tra questi, che generosamente lo aiutò, ed era il Vincenzo Marchese, un giorno gli disse a bruciapelo: «Mario, ma chi te lo fa fare?». A un certo momento questa domanda Mario la rivolse a sé stesso: «Chi me lo fa fare?». Fu così che – conclusi i lavori della tribuna – si dimise da Presidente della Polisportiva. Fine degli incontri settimanali. Niente libro.

«Un presidente! Abbiamo un presidente!» questo gridavano i tifosi al Mario durante le partite di campionato. Lui si girava di qua e di là, con un lieve movimento del capo verso il basso, appena accennato, per ringraziare. Detto proprio brutalmente, forse come avrebbe fatto Mario, a Mario dei tifosi e della prima squadra importava fino a un certo punto. Lui era grato agli allenatori che si dedicavano ai bambini e ai ragazzi. Mario Francese, l’uomo d’affari, lo psicologo che sapeva giudicare al volo il valore di un uomo, ha fatto tutto quello che ha fatto per la sua amata Sportiva e per il suo amato Fenegrò, che lui aveva nel cuore anche se l’attività economica l’aveva a Tradate, perché voleva far giocare i giovani. Un giorno mi disse: «Giancarlo, la mia soddisfazione più grande è questa: vedere i bambini che giocano. Quando corrono dietro a un pallone sono tutti uguali, non c’è diverso colore della pelle e non c’è differenza di classe sociale, di censo o di istruzione. Non c’è niente che unisce tanto quanto unisce lo sport, e non c’è sport che unisce tanto quanto unisce il gioco del calcio.»

L’avventura della Polisportiva lo vede Presidente negli anni dal 2001 al 2009. Le dimissioni sono del 2009, poco prima del termine del campionato.

Mario Uboldi porta la Polisportiva di Fenegrò dalla Seconda Categoria alla Promozione.

Curiosità: nella stagione 2007/2008 la squadra conclude il campionato da imbattuta.

Finisce la consiliatura, io non mi ricandido, lui non si ricandida (ma veniamo traditi, e anche su questo si potrebbe scrivere un libro, ma credo che anche questo resterà nel cassetto, come l’altro), inevitabilmente ci perdiamo di vista.

Poi la frequentazione ricomincia, sebbene con appuntamenti molto più diradati, addirittura possono passare due o tre anni tra un incontro e l’altro. In uno degli ultimi, un paio di anni fa, viene a trovarmi lui in farmacia. Capisco che ha voglia di parlare e di confidarsi. Ci appartiamo. Mi racconta delle sue patologie e delle medicine che prende, mi chiede se la cosa mi torna o se c’è invece qualcosa di inappropriato. Poi cambia argomento e mi racconta di un paio di persone, che di recente sono andate da lui nel bisogno, sperando di ricevere un aiuto. Aiuto che poi Mario ha dato. Prevengo le vostre domande: non mi ha fatto i nomi di queste persone, e non mi ha parlato di cifre. Però quel martedì, al funerale, ero in fondo alla grande chiesa di Santo Stefano, a Tradate, ho cercato di capire chi potevano essere queste persone che erano state aiutate dal Mario.

Caro Mario, hai fatto tanto bene, un po’ l’hai fatto alla luce del sole e un po’ l’hai fatto in modo riservato. Avevi un cuore grande. Chissà se da dove sei hai letto questi miei pensieri, chissà se sono riuscito a farti sorridere, quel tuo sorriso birichino e contagioso di chi ha già visto tutto, di chi prima degli altri ha già capito tutto. Ti sia lieve la terra caro Mario.

Ringrazio Monica e Paolo Clerici, Emilio Guffanti e Aldo Marinoni per la collaborazione prestata.

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