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La notte soffro d’insonnia.

Era estate, sul lago di Como.

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Ex libris di Ernesto Guffanti per Cornelio Valetto.
Ex libris di Ernesto Guffanti per Cornelio Valetto. Artista: Ernesto Guffanti; Titolare: Cornelio Valetto; Donatore: Domenico Tozzi; Anno di esecuzione: 1995; Tecnica impiegata: C3; Tiratura: n.d.; Dimensioni della superficie stampata, in millimetri: (hxb) 140×95; Opera numero: n.d.

Fenegrò, sabato 6 luglio 2019

Per quanto riguarda l’immagine che correda il presente articolo, vi rimando a questo post: Donazione di un ex libris per Cornelio Valetto.

Mi capitava di andare a trovare Ernesto Guffanti, (5 maggio 1922-28 settembre 2008) già professore, ma per gli amici “il Maestro”, specialmente nei miei anni di università. Parliamo di 25/30 anni fa. L’amicizia è poi durata fino alla scomparsa del Gufo.

Ho raccontato qui un episodio.

In questi giorni, chissà perché, me ne torna spesso alla mente un altro. Eccolo.

Ernesto Guffanti mi raccontò più volte questo avvenimento, ogni volta il racconto era il medesimo, non c’erano modifiche né contraddizioni, credo che sia una storia vera, non ho alcun motivo di dubitare che non lo sia.

Il Gufo mi raccontava di un incarico da lui ricevuto, mentre era ancora giovane, non ha mai precisato l’anno, ritengo che si sia svolto intorno alla metà degli anni Cinquanta, dal momento che il Maestro era della classe 1922. Presumo infatti, da alcuni dettagli che mi raccontava, che questa avventura si sia svolta intorno ai suoi trent’anni o poco più.

Guffanti era diplomato all’Accademia di Brera, a Milano, è sempre stato un artista. Fu chiamato per un appuntamento, un abboccamento senza impegno, a proposito della restaurazione di un quadro, che un prete di una parrocchia del lago gli voleva commissionare.

In merito al luogo e all’identità del prete, l’Ernesto è sempre rimasto sul vago, sebbene i fatti – quando me li raccontava – risalissero a quarant’anni prima. Tuttavia, grazie ad alcuni indizi, riesco a ipotizzare che si trattasse di una parrocchia o di una piccola casa canonica non parrocchiale dell’alto lago di Como, sulla sponda occidentale. Tra Menaggio e Gera Lario. È una zona abbastanza vasta, tale da non consentirmi di risalire né al luogo preciso in cui si svolsero gli avvenimenti raccontati né all’identità del protagonista del fatto.

Era estate sul lago di Como, e faceva caldo. Le automobili non avevano l’aria condizionata. Le case nemmeno.

Mi disse di essere partito e arrivato in anticipo, per prudenza, dal momento che la strada non era breve e potevano esserci imprevisti; e poi anche perché ci teneva a ottenere il lavoro.

Mi disse di essere arrivato al cospetto di un edificio senza pretese.

Di aver suonato un campanello di aspetto modesto.

Di aver suonato nuovamente dopo qualche minuto di attesa, visto che al primo tentativo nessuno aveva risposto.

Di essersi sentito leggermente intimidito dalla situazione, che si stava rivelando bizzarra.

Mi disse che ad aprire fu una signora un po’ in là con gli anni, che lo fece accomodare in una sala, la prima stanza in cui si entrava. Mi disse che la signora un po’ in là con gli anni gli disse di accomodarsi e di aspettare. E così il giovane Guffanti si sedette e aspettò. Mi disse che aspettò parecchio, da solo e in silenzio. Mi disse che era in una stanza intonacata di bianco, completamente disadorna, con due piccole finestre ai lati della porta d’ingresso e due modeste e dure panchine di legno, una in faccia all’altra. Notò qualche ragnatela agli angoli e che la polvere era di parecchi giorni.

Poi finalmente la signora un po’ avanti con gli anni lo venne a prendere, lo introdusse in casa – il giovane artista nel passare notò quadri e stampe appesi alle pareti del corridoio, cassapanche e mobili d’arredo d’epoca di gusto raffinato – lo portò nello studio del prete. Qui il prete (o arciprete, mi sembra che al Gufo sia scappato un “arciprete” una delle numerose volte che mi raccontò questo fatto curioso. Se si fosse trattato di un arciprete invece che di un semplice prete, questo indizio restringerebbe l’area di ricerca… Ma non sono sicuro di aver afferrato bene) lo fece accomodare su un comodo divano.

Il Gufo sul comodo divano, il prete vicino a lui su una magnifica poltrona, un prezioso tavolino tra i due.

L’Ernesto mi disse che lo studio era molto ampio, aveva una splendida vista lago, aveva le pareti ricoperte di librerie, a loro volta stracolme di libri; oppure di quadri, tutti (mi disse, e lui aveva l’occhio addestrato) di pregevole fattura e certamente preziosi e costosi. A quell’epoca, mi disse, ero giovane e inesperto, credevo ancora alla sincerità del clero che predicava la povertà (“degli altri“, aggiungeva). «Quel lusso e quella ricchezza mi lasciarono sorpreso e interdetto», mi disse.

Mi raccontava che a un certo punto il prete gli propose un tè. Proposta accettata con piacere, dal momento che il Gufo era in giro fuori casa ormai da qualche ora, era caldo e aveva sete. Mi raccontava, ogni volta con la stessa espressione di stupore, che a portare il tè furono due giovani cameriere, mi disse che erano due belle ragazze. Cercava di descrivermi la scena: «A un certo punto sono entrate due ragazze, ricordo che erano giovani, sui vent’anni. Erano due belle ragazze, il loro abbigliamento dalla vita in giù consisteva in un paio di pantaloni corti e dalla vita in su in un semplice reggiseno a balconcino, che lasciava scoperti i capezzoli.» Continuava: «Ricordo che guardai con stupore il mio interlocutore, i nostri sguardi si incrociarono, il mio doveva essere particolarmente interrogativo. Non ebbi bisogno di domandare.». Terminò: «Il prete mi disse: “caro figliolo, la notte soffro d’insonnia…”».

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